E. A. Poe. Una meditazione

05.04.2020

In uno dei suoi primi film, Peter Greenaway, riprendendone l'argomento nel libro omonimo che lo seguì o precedette, "Falls", formula la teoria metafisico-estetica dell'EVI. L'Evento Violento Incontrollato. Come in una sua strana raccolta di casi di cronaca aveva già fatto H. von Kleist e nel Novecento Th. Bernhard, Greenaway rubrica tra immaginazione e realtà eventi, fatti, che si configurano come una fenomenologia dell'improbabile che pure accade, e che non si lascia decifrare, circoscrivendo all'interno di questa categoria, l'EVI, l'inspiegabile, il contraddittorio, ciò che non rientra in nessun modo nelle spiegazioni rassicuranti della razionalità quotidiana, ciò che conferisce un lampo di completa insenzatezza all'esistenza. E che tuttavia, pur non potendosi "spiegare", pur restando "ripiegato" nel metafisico guscio della sua impenetrabilità sul piano logico, pur lasciando atterriti o semplicemente perplessi, non ci strappa dal quotidiano, tutt'altro. Ci inchioda sempre più e sempre più solidamente alle certezze che la nostra "dimensione" ci regala lasciandoci convinti di stare al sicuro. La vita di E. A. Poe, nato da un coppia di attori girovaghi nel 1809 e morto un un ospedale di Baltimora nel 1849 di "delirium tremens", ma in oscure circostanze, è di per sé un EVI. Una biografia, che qui non ricapitoleremo, attraversata da ripetuti colpi di scena imbarazzanti, frustrazione, progetti non realizzati, amori infelici, un matrimonio assurdo finito con la morte della giovanissima sposa-cugina, oppio, alcool, e un lavoro di scrittore al limite del genio,ambizioso poeta, stravagante filosofo-cosmologo. Ma tutto sommato chi sia stato mister Poe in quell'America che sognerà Kafka il secolo successivo, in quelle ex colonie sull'Atlantico ponte civilizzato per il Far West, non è così importante. Piuttosto lo è il mondo da incubo metafisico e di introspezione non solo della mente, ma anche dei fatti che la mente attraversa, un mondo dai confini sfumati, in cui i piani dell'essere si intersecano pericolosamente, un mondo infantile se si vuole, proprio perché in esso è assente il Principio di Realtà.In un certo senso l'Opera di Poe non intende portarci nel fantastico, nell'orrorifico, nell'arabesco o nel grottesco. Egli invoca queste "forze" cui ha dato un nome qualsiasi per farle irrompere nel nostro non-mondo, che noi crediamo l'unico. A mister Poe non interessa la psiche umana per raccontarcene le emozioni e i sentimenti, a mister Poe interessa ciò che sta al di qua della psiche umana, ciò di cui la psiche umana è prolungamento, frontiera, confine, periferia. Nel suo universo metafisico che in "Eureka" è illustato, lo Scolium Generale dei "Principia" di Sir Isaac Newton è il centro filosofico di una struttura connettiva, la Forma del Cosmo, che scopre i nervi delle cose e le rende vive - in Poe prende vita meccanico-animica il "deus sive natura" di Spinoza, e la matematica della meteria viene restituita ai suo antichi fasti pitagorico-platonici.In un universo del genere non si può sperare che il mondo degli spiriti, degli angeli e dei demoni, della follia assassina e dell'amore celestiale siano separati. Essi sono mescolati in un chaos che ne rende sempre possibile visibile il conflitto. E mister Poe è questo conflitto che racconta nelle sue assurde storie teratologiche.

Giuseppe Paolo Carbone - Filosofo.
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